Ben E.King, non solo Stand By Me

ben e king musichecultureE’ morto 4 giorni fa (il 30 aprile) Ben E. King. Della sua leggendaria Stand By Me ricorderò le cover (e probabilmente se ne aggiungeranno delle nuove), la sua scalata delle classifiche a distanza di più di 20 anni, le gite scolastiche e il campeggio con gli amici, i miei primi goffi tentativi d’imparare a suonare la chitarra. Perché quella scritta da una stella del soul-pop che si è spenta a 76 anni, è forse la canzone “popolare” per antonomasia: per la sua immediatezza, per il successo planetario che ha ottenuto, per essersi immortalata nell’immaginario collettivo e calata nella vita di tutti i giorni di quanti, tra momenti di svago, ricordi, nostalgia e leggerezza, stando accanto ad una radio o con in braccio una chitarra, l’hanno sempre avuta nel cuore, nella memoria e a portata di mano.

Ma di Ben E King ricordo anche il primo 45 giri: Brace Yoursel/Show me the way, passato praticamente inosservato; i video in bianco e nero dei Drifters, conservati nelle teche della Rai e puntualmente ritrasmessi a distanza di anni, la sua partecipazione al festival di Sanremo nel 1964 quando, gareggiando in coppia con Tony Dallara, cantò Come potrei mai dimenticarti (Around the corner).

Ben E. King, che già verso la fine degli anni’50 si era dimostrato una splendida voce del doo wop, determinando il successo dei Drifter, conquistò i cuori giovanili della generazione degli anni’60. E in Italia, dove nel 1960 i ragazzi già ballavano stringendosi sulle note di Save the last dance for me, la voce e le canzoni di King ebbero una eco doppia, perché molti artisti nazionali presero quei brani dall’enorme successo e ne realizzarono una versione in italiano: Celentano è il più noto tra loro per questo (malgrado la sua “cover” di Stand by me fosse stata anche al centro di una disputa per i diritti d’autore), poi Ricky Gianco – che incise Tu Vedrai, versione italiana di Don’t Play this song – e solo per citare le più memorabili. Ma Ben E. King sapeva stregare gli italiani anche con la sola voce ed è per questo che nel 1963 decise di cantare I who have nothing: un caso di cover all’incontrario perché il brano nacque dalla traduzione in inglese di Uno dei tanti, cantata da Joe Sentieri nel 1961.

Quell’eco non si arrestò mai su tutto il pianeta e John Lennon, artista immortale della musica pop, prese il successo immortale di Ben E. King e lo fece suo nel 1975: la canzone fu pubblicata come 45 giri e poi inserita come seconda traccia di Rock’n’ Roll, l’album di cover nel quale Lennon raccolse questa e altri classici, soprattutto degli anni’50. Stand By me, passando di chitarra in chitarra, arrivò fino al cinema, per diventare la canzone portante di un film che uscì nelle sale nel 1986 – Stand by me. Ricordo di un estate – che fece sognare gli spettatori di quella generazione. Meno di un decennio più tardi, la canzone arrivò anche nei film d’animazione della Disney (Il re leone 2). Gli anni artistici di Ben E.King videro poi alti e bassi negli anni ’70 e poi periodo di stanchezza e un lento declino, ma lui aveva continuato a incidere album e soprattutto singoli fino alla fine del secolo (negli anni’80 e ’90 arrivano: Street Tough, 1981; You Made the Difference in My Life, 1981; Stand By Me [ristampa], 1986; Spanish Harlem [ristampa], 1987; Save the Last Dance for Me [reinciso nel 1987 per la EMI-Manhattan]; What’s Important to Me, 1991; You’ve Got All of Me, 1992; You Still Move Me, 1992; 4th of July, 1997), senza tuttavia riuscire nell’impresa impossibile di ripetere quel successo che, sì: lo farà restare, nelle radio, in televisione, al cinema, nelle cover, nelle chitarre che suonano sulla spiaggia, ancora e forse per sempre.

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