Brides for Sale, il prezzo di una sposa afgana

sonita alizadeh musicheculture giuseppina brandonisioSonita Alizadeh è una rapper che oggi studia negli Stati Uniti, sogna di diventare avvocato e si vende per 9 mila dollari. Tanto un uomo afgano avrebbe pagato alla sua famiglia per poterla sposare. Ma la ragazza, dalla parte sua, ha la musica come arma di protesta e la sua storia ha un lieto fine perché oggi vive a molti chilometri di distanza dall’Afghanistan. Il video di Brides for Sale, a pochi mesi dalla sua diffusione, supera le 42 mila visualizzazioni: si tratta di immagini eloquenti che, come il testo del rap scritto da Sonita, si scagliano contro la pratica della compravendita delle spose in Afganistan: una tradizione molto radicata nella cultura di questo e di altri paesi sottoposti alla Shari’a: un sistema che non distingue la sfera giuridica da quella religiosa, fondato da una società tribale di 1500 anni fa.

La Shari’a (il termine significa “retta via”), secondo i suoi fedeli, è una legge divina che deve restare immutata nel tempo, è eterna per volere di Allah, non deve  essere in alcun modo contraddetta né corrotta o inquinata da qualsiasi trasformazione, perché è  sacra.

 

Tale sistema giuridico-religioso, che non tiene conto dei mutamenti della società avvenuti nei secoli, in Afganistan (dove la guerra e in corso dal 2001), è ancora legale, visto che una legge che vieta la violenza contro le donne e i matrimoni forzati, voluta con un decreto del Presidente Karzai nel 2009, non è ancora stata varata dal Parlamento afgano. Ad aiutare Sonita ad avere un futuro diverso sono stati la musica, la scuola d’arte di Tehran e il suo direttore, il WLUML (Women Living Under Muslim Law) di Kabul, e questo video, che circolando nel web, le fa ottenere una borsa di studio della Wasatch Academy, nello stato dello Utah.

La Shari’a non definisce un limite d’età per una sposa (parlando della maturità, sia femminile sia maschile, come il raggiungimento dell’età della ragione): la legge allora si rifà all’esempio di Maometto e della propria sposa-bambina: Aisha, di 7 anni, fu sposata dal profeta della Mecca per ragioni politiche. Tale legge, tenendo ben lontani i suoi seguaci dall’utilizzo della ragione e dall’esercizio dei diritti civili, giustifica molti crimini e perversioni: secondo i dati dell’Unicef, circa il 52% delle spose afgane sono bambine. Subire violenza la prima notte di nozze è “una tradizione”. Queste spose riempiono continuamente le pagine della cronaca con la loro storia e alla tortura spesso preferiscono il suicidio. Sonita Alizadeh ha scritto questa canzone quattro anni fa, quando sua madre le ordinò di tornare in Afghanistan con lei per sposare l’uomo che l’aveva comprata: quei 9 mila dollari sarebbero serviti per organizzare il matrimonio del fratello della cantante. Il suo, dal punto di vista della cultura d’origine, sarebbe stato un destino normale e naturale: sposarsi a 14 anni con un uomo scelto dalla famiglia. E 14 anni sono perfino troppi se pensiamo alla storia di Maometto e al manifesto che le donne-soldato dell’Isis hanno pubblicato qualche giorno fa: per le combattenti dello “Stato Islamico” irachene e siriane la perfetta mussulmana dovrebbe sposarsi a 9 anni. Il decalogo comportamentale è apparso su un forum jihadista in lingua araba (secondo il Guardian) con la firma delle soldatesse di Al-Khanssaa, una milizia composta di sole donne. Nel documento si dice che le donne devono restare chiuse in casa e uscire solo in casi eccezionali, devono restare coperte e inviolate dagli sguardi altri, devono dedicarsi alla cucina, alla tessitura e al cucito, non devono lasciarsi corrompere da “idee scadenti e contrarie al senso religioso”, devono considerare negozi di moda e saloni di bellezza come strumenti diabolici. Ma anche il rap è musica “combattente”, è il grido di protesta dei giovani e l’affermazione della modernità, una voce dissacrante che spazza via i vecchi costumi e lotta anche per affermare i diritti delle persone: che sia ascoltato!

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