Daimon: genuinità, espressione e al centro la musica

daimon 6 musicheculture giuseppina brandonisioChitarre accordate alla maniera grezza del post punk e la voce monocorde di Corrado Pizzolato per dirci che sanno essere anche grunge e indie questi Daimon, dannatamente “fuoriposto”, come li presenta il loro stesso primo album rilasciato il 12 di ottobre, dopo un esordio avvenuto nel 2014 e la pubblicazione di due EP. Li abbiamo ascoltati e intervistati per conoscerli meglio. ***

Siete di Bologna ma vi definite un po’ come degli outsider, siete hard rock ma anche stoner, amate il sound degli anni Settanta, Ottanta, Novanta, ma preferite fare i conti con il passato, spingendovi alla ricerca di una identità personale, mentre esprimete, con vostre canzoni inedite, l’impegno a percorrere la vostra strada, in parte la musica che c’è già stata, ma soprattutto alcuni umori di voi ventenni di oggi. Se doveste definire la musica dei Daimon con poche ma efficaci parole, quali scegliereste?

Rumore, passione, Do It Yourself, testa bassa, cuore, stonature, sbatto, sincerità, semplicità, emozioni… E la scelta del vostro nome, Daimon, come nasce? Il nome è preso da un’opera di Hillman, Il codice dell’anima. Nella filosofia dell’autore il daimon indica la volontà che si trova dentro ad ogni uomo e che ci spinge a fare determinate cose invece che altre. Chiunque, ad esempio, sarebbe in grado di prendere in mano un pennello, una penna, una chitarra o altri mezzi d’espressione, ma non tutti lo fanno! Questo perché non tutti hanno la volontà di usarli come strumenti per dare forma a quello che ci portiamo dentro e che magari non riusciamo a esprimere nella vita di tutti i giorni. L’arte d’altronde non è che un modo per tentare di dare ordine, anche solo momentaneamente, al proprio groviglio interiore, ma questo è un bisogno che non tutti necessariamente provano: il nostro daimon ci ha spinto verso la musica…

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Il vostro disco è pieno di titoli come She’s So Dingy, Paper Man, Misplaced, che svelano il lato oscuro e distorto dei personaggi di cui cantate e delle note che suonate, ma cosa significa essere “brutti, sporchi e cattivi”, oppure squallidi e deviati, fuori luogo comunque, dai luoghi comuni per voi, ragazzi nei tempi che attraversiamo, e quanto intendete esprimere tutto ciò nelle canzoni?

Sì, diciamo che in molte delle canzoni del disco c’è sempre un’idea centrale da cui parte tutta la stesura. Solitamente partiamo da un riff di chitarra o un giro di accordi, e una volta definite linea vocale e sezione ritmica il testo viene messo giù senza particolare riferimento a soggetti specifici, ma i pensieri vengono accorpati in base a ciò che la musica esprime. Tutto questo per dire che al centro di tutto c’è la musica… il testo è solo in secondo piano. Le nostre canzoni non raccontano storie e non parlano di personaggi particolari, al massimo cercano di trasmettere qualcosa, che sia un’emozione o una sensazione. Che poi esprimano un generale senso di disagio o di disgusto dipende molto da chi e come interpreta quella determinata canzone o pensiero, frase o idea.

*** K&R è un brano molto particolare e anche quello che maggiormente vi rappresenta: punk, melodico e crossover. È accompagnato da un video molto interessante che mostra le persone col viso coperto da un sacchetto di cartone: è forse la metafora di una nuova generazione, ancora una volta, alla ricerca della propria identità?

Oddio, ‘generazione’ è una parola un po’ grossa: noi preferiremmo parlare semplicemente di e per noi stessi. Non vi stiamo a spiegare il perché del sacchetto di carta perché pensiamo che ognuno possa dare un senso personale a ciò che vede (e anche a ciò che ascolta), ma l’importante per noi era mostrare che un modo per togliersi questo sacchetto esiste… Quale? Lo scopriremo ascoltandovi. *** Tra i vostri riferimenti artistici ci sono i Beatles e i Black Sabbath, i Nirvana e i Flaming Lips, ma nel vostro disco c’è una sola cover, Love Song: come mai la vostra scelta è caduta proprio sui Cure?

Corrado: Per me la musica dei Cure, anche se tecnicamente semplice, esprime un forte senso di malinconia: con poco insomma trasmettono tanto. È musica per come la intendo io, un mezzo per buttar fuori quello che hai dentro. Francesco: A me piace l’idea di stravolgere canzoni famose reinterpretandole secondo la propria sensibilità, e penso che la nostra Love Song riesca a rispettare l’atmosfera dell’originale aggiungendoci tutto il nostro rumore. E poi già i Dinosaur Jr. avevano fatto un gran bel lavoro con Just Like Heaven, prendendo una canzoncina pop e rumoreggiandola malamente: perché non imparare dai maestri? Andrea: Personalmente i Cure non sono tra i miei ascolti preferiti, ma quando ho sentito Corrado suonare Love Song a modo suo, il feeling creatosi mi ha subito preso e mi è subito venuto in testa il modo in cui avrei dovuto suonarla, senza neanche aver mai sentito l’originale.

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daimon 7 musicheculture giuseppina Brandonisio musiche cultureI Punksters furono definiti giovani fuoriposto, i dark si sentirono fuori posto, i grungers – la cosiddetta “Generazione X”, che aveva trovato nel mito di Kurt Cobain una delle massime espressioni della propria apatia sociale – si autodefinirono fuoriposto, oggi voi siete “fuoriposto”… Ma lo fate per tracciare una linea di continuità con il rock e “l’anti-rock” del passato, o piuttosto per essere, a vostro modo, un nuovo punto di rottura coi cliché attuali?

Aha, dalla domanda sembrerebbe quasi che sia il sentirsi fuori posto ad essere un cliché! In realtà non si tratta né di una scelta di continuità né di un nuovo punto di rottura: la sensazione per noi è personale, genuina e non mediata da altri fattori. Poi non è che noi siam sempre lì col musone a dirci quanto siamo fuori posto eh! Anzi, siamo dei ragazzotti piuttosto alla buona.

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Se doveste dare una definizione della musica che gira intorno oggi, qual è la prima cosa che vi viene in mente?

Corrado: Bloccata. Secondo il mio parere ci sono poche idee e un po’ di ristagno, anche perché molto o quasi tutto è già stato provato e sperimentato. Il che genera una sorta di circolo dell’identico, il tutto aggravato dal fatto che una band su due preferisce fare cover dei Muse o dei Red Hot Chili Peppers invece di tentare di esprimersi e proporre qualcosa di originale e proprio.

Francesco: Oceanica. Le possibilità aperte da internet abbattono qualsiasi barriera, permettendo il contatto diretto con le più piccole realtà musicali mondiali, eppure al tempo stesso rischiano di rendere tutto più superficiale, o peggio ancora di sommergere quanto di buono invece c’è. L’ascoltatore deve per forza affidarsi a qualcuno o a qualcosa per orientarsi in mezzo a tutta questa roba, altrimenti il rischio è quello di rimanere chiusi nei propri piccoli due o tre gruppi conosciuti o, in alternativa, di finire per farsi imboccare a forza da quello che passa in giro… Io senza alcuni amici, un paio di forum e di webzine probabilmente sarei fermo a quello che ascoltavo dieci anni fa.

Andrea: Finita. Non mi trasmette emozioni, per me si è perso il modo di comporre da band, si pensa solo al mercato, in questo modo la musica passa totalmente in secondo piano, mentre invece per me dovrebbe essere la prima cosa.

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Le 9 tracce di Misplaced sono garage, poco inclini al romanticismo ma attente alla melodia, sono hard rock e grunge e post punk, come abbiamo già detto, sono piene di riff e di chitarre “sporche” e poi? Corrado: E poi nulla, in realtà poi non abbiamo un preciso genere di riferimento, in Paper Man abbiamo aggiunto un violoncello per dare un senso di malinconia e disturbo, in Daimon c’è più rumore che altro… Semplicemente ritengo che seguire ciò che si sente è più importante che tentare di imitare dei generi.

Francesco: Ecco, una cosa che sto iniziando a notare quando mi capita di chiacchierare con qualcuno che ha ascoltato quello che suoniamo, magari dopo un concerto, è quanto sia diffusa la tendenza a ricondurre ciò che si ascolta a qualcosa di già conosciuto, spesso senza accorgersi di quanto questa connessione sia stiracchiata o completamente assente. Le nostre influenze sono presenti e ben riconoscibili, e noi per primi ne siamo orgogliosi, ma il voler per forza ricondurre tutto ad un gruppo o ad uno stile unico è un atteggiamento che mi sto rendendo conto essere svilente per l’artista e per la musica: prima di commentare Ah, bella questa canzone, sembra proprio una di [nome di una band a caso] forse bisognerebbe cercare di conoscere quell’artista e avere la gentilezza di indagare da dove prende le sue idee e ispirazioni! C’è una bellissima striscia di Quino in cui un pittore viene elogiato da una serie di critici che si complimentano con lui dicendo cose come Complimenti! Lei ha la mano di Van Gogh, la sensibilità di Manet, il genio di Picasso… e nell’ultima vignetta c’è il pittore che guarda triste per terra pensando Io volevo solo essere io! Sto iniziando a capire il senso di quella striscia.

*** daimon 8Ma a voi piace andare oltre i cliché, lo diamo oramai per scontato, ecco perché  la vera domanda “fuori posto” per voi arriva adesso, alla fine dell’intervista: vi piace il mainstream pop? E la musica italiana?

Francesco: In Italia secondo me c’è tanta buona roba, ma purtroppo mi pare che il rock faccia principalmente parte della cultura anglosassone e anglofona. Questo non vuol dire che non possa germinare anche da altre parti, ma semplicemente che farà più fatica a diventare di dominio pubblico. In Italia per esempio c’è una scena punk, post-hardcore e screamo che dovrebbe essere da primato mondiale (Fine Before You Came, La quiete, Raein, Gazebo Penguins, Altro, Laghetto, Marnero, …) eppure, vuoi anche per il tipo di musica suonata, non è conosciuta quanto dovrebbe… Chissà che non si possa cambiare!

Corrado: Personalmente non molto, anche se ritengo che ci siano parecchi gruppi buoni e che possano dire molto… che però non arrivano ai più e alla gente in generale!

Andrea: Il mainstream chi?! La musica italiana non mi appartiene.

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Ringraziamo allora Andrea, Corrado e Francesco. Se volete ritrovare i Daimon visitate il loro sito ufficiale e la loro pagina Facebook.

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