Jeff Buckley, eternal life

jeff buckey musicheculture giuseppina brandonisioMoriva il 29 maggio 1997 Jeff Buckey, musicista e poeta di New York che ha percorso i sentieri della musica dalla east alla west coast,  sempre  costretto a confrontarsi con l’ombra del grande Tim: musicista di successo e padre sconosciuto. Ad introdurre Jeff alla musica furono la madre violoncellista, Mary Guibert, e il patrigno Ron Moorhead, che gli regalò una chitarra e i dischi dei Led Zeppelin. Da quel padre biologico, del quale porta il cognome e che abbandonò una moglie incinta, Jeff ereditò anche la cattiva strada delle droghe, divenendo il simbolo della cosiddetta “generazione X”, quella dei ragazzi che si sentono sempre fuori posto, quelli che non hanno fatto la rivoluzione come i padri perché sono arrivati tardi, quelli che evadono guardando MTV, che vivono il mito di Kurt Cobain e delle immagini. I suoi idoli del passato sono stati Joni Mitchell, i già citati Led Zeppelin. Cat Stevens, Crosby, Stills, Nash & Young, Jimi Hendrix, i Beatles e i Pink Floyd di “Umma Gumma! per respirare il progressive, tra i suoi generi più amati, insieme al jazz, al rock, al grunge, al punk e alla fusion: molti, tranne quel song writer che lo aveva concepito.

In quanto ai poeti della Beat Generation – Corso, Ginsberg e Kerouac i suoi maestri – sono quelli che lo avevano accompagnato fin dall’adolescenza aiutandolo a vestirsi dei panni di un bohemien di nuova generazione che si esibisce nei bassifondi di New York e di altre città, anche europee, magari da solo, accompagnandosi soltanto con la chitarra, come aveva fatto anche un altro dei musicisti “maledetti” che lo avevano ispirato: Robert Johnson col suo blues. La sua carriera durò soltanto pochi anni: esordì nel 1986, pubblicò “Grace”, il suo primo album, nel 1993, partì per un tour, pubblicò il secondo album (“Sketches for My Sweetheart the Drunk”) nel 1997 e in quello stesso anno morì accidentalmente affogando nelle acque del Wolf River all’età di 30 anni. Strana è stata la vita di Jeff Buckey: perse il suo padre naturale all’età di 9 anni (Tim morì per overdose di eroina nel 1975) e come musicista debuttò per il grande pubblico al concerto tributo denominato “Greetings from Tim Buckley” del 1990 interpretando “I Never Asked To Be Your Mountain! che suo padre aveva dedicato alla propria moglie e al figlio non ancora nato. Morì risucchiato da un vortice creato da un motoscafo di passaggio (che quasi lo travolse), eppure nelle acque di quell’affluente del Mississippi – fiume sulle cui sponde scorre anche la storia e il mito del blues – s’immerse spensierato canticchiando (secondo la testimonianza del suo autista Keith Foti) !Whole Lotta Love!, di quei Led Zeppelin che lo iniziarono alla musica. E così, “Sketches for My Sweetheart the Drunk” rimase un album incompiuto mentre Jeff divenne un oggetto di culto, per I suoi fan che in lui vedono riflessa l’immagine dell’artista maledetto – come Cobain, Jim Morrison, Robert Johnson, o gli scrittori della Beat Generation – ma anche l’ombra della solitudine e dell’abbandono.

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