La musica dell’inferno: quando il rock diventa un incubo

scale mobiliIn una notte d’agosto ho sognato Robert Plant che parlava in italiano. Con una voce non sua, mi diceva che ho un problema con le bugie. La sua voce apparteneva ad una persona che conosco. Mentre guardavo i ricci del biondo Plant, notavo che dal suo occhio si allargava una foresta infinita. L’ingresso nel  verde immenso era accompagnato dall’urlo che ha reso leggendario il cantante dei Led Zeppelin.  Sognavo di entrare nella foresta e di  giungere davanti ad una montagna da scalare. Plant mi diceva: “saliamo” ma io non riuscivo ad allacciarmi l’imbragatura da scalatore. Allora vedevo 2 mani intente ad aiutarmi, ma non erano quelle di Robert Plant: lui, come un moderno Virgilio in versione rock,  semplicemente mi accompagnava dicendomi: “questo è solo un sogno: non è necessario arrivare fino in cima”. Io gli sorridevo pensando che avrei dovuto provare ad arrampicarmi comunque, perché non avrei più avuto un’occasione per accedere alla foresta.

Le due mani riuscivano ad agganciare perfettamente la mia cintura di sicurezza. Ora  riuscivo a vedere  il viso di chi mi aiutava: una persona che conosco ma non era reale, bensì un ologramma. Cercavo di toccare i pixel della figura con un dito, ma l’imbragatura che mi cingeva mi dava la scossa alla vita. Al terzo tentativo, vano,  di toccare quella immagine, mi ritrovavo d’improvviso in città, su una giostra chiamata “calcinculo”, insieme all’ologramma. black dogUn cane nero, intanto, passava lungo la strada e faceva pipì puntando a un idrante. Guardando il gesto del cane, dicevo all’immagine computerizzata seduta sul seggiolino alle mie spalle: “voglio connettere il mio cellulare con le onde celebrali di quel cane, perché voglio poter comunicare con lui via sms”. Ma l’ologramma – che ora si materializzava in una persona in carne ed ossa – ascoltandomi, rideva di me. Gli chiedevo seccata: “ma cosa ho detto di tanto ridicolo, di male?”.  Lui mi rispondeva: “gli esseri umani non possono conoscersi via sms e noi non possiamo più cantare”. Gli davo uno schiaffo per colpa di quella spiegazione e allora lui tornava ad essere un ologramma come prima. Dopo un istante l’immagine virtuale cambiava di nuovo aspetto, assumendo questa volta le sembianze di un’altra persona: qualcuno che avevo incontrato in una web community dove le mie discussioni non furono tutte piacevoli e distese come avrei voluto,  poiché spesso fui fatta oggetto di scherno. Dopo aver riconosciuto e ricordato quell’uomo, mi accorgevo di essere legata al seggiolino della giostra: desideravo scendere, ma non ce la facevo. Quindi le stesse mani che mi avevano aiutata  nella foresta intervenivano, non per aiutarmi, questa volta, ma per  darmi una spinta. Con un balzo in avanti volavo tanto in alto da riuscire vedere la cima della montagna. Lassù c’era un lago che in un attimo diventava  mare. Vedevo l’angolo della banchina del porto e lo spazio dello specchio d’acqua  allargarsi mentre una nave si allontanava dal muretto dov’era stata attraccata. L’acqua era di un verde cristallino. led zeppelin zoso immaginiLa copertina dell’album IV  dei Led Zeppelin galleggiava in una pozzanghera sull’asfalto. Quel porto, forse, era siciliano. C’erano tante vespe su quell’acquitrino ma io volevo prendere il disco. Lo afferravo lo stesso, nonostante gli insetti. Ma all’interno dell’album trovavo la foto dell’uomo della community intento a salire sulle scale mobili di un centro commerciale.

Mentre guardavo le immagini, arrivavano 4 lupi che volevano sbranarmi. Per difendermi, sapendo di star sognando, cercavo di svegliarmi oppure di trasformarmi un ologramma anch’io. Ma la copertina di di “zoso” era diventata fradicia. La terra franava.  Sotto i miei piedi si apriva una voragine. La caduta  mi conduceva dritta all’inferno. Qui c’era Sting in concerto. Quando arrivavo in fondo, il bassista inglese cantava “Roxanne”. Il mio amico, l’ologramma che mi aveva spinta sulla giostra, era già lì. Era seduto ad un tavolo (l’inferno aveva l’aspetto di un pub!) su cui erano alcune barchette fatte con la carta di giornale. Pensavo che non sarebbe stato difficile salire su una di quelle barche perché, prima di me, vi  i cantanti Toquino (Pensavo al video di “Acquarello”)

e Peter Gabriel (“Sledgehammer”) vi erano già saliti..

Quindi, per entrare nella barchetta, mi rimpicciolivo. Per riuscire a salpare, saltavo in un bicchiere di vino bianco, posto sul tavolo del mio amico ologramma.  L’uomo, nuovamente di carne e ossa, era seduto. Io pensavo: “se adesso bevesse… potrei morire…”. Intanto spingevo la barca talmente forte da decollare. La mano dell’ologramma era diventata gigantesca in confronto alle mie dimensioni.  Il mio amicogigante, però, mi  afferrava, mi rimetteva nel mare e mi ordinava perentorio: “non restringerti!”

Il cane nero della strada saliva sul tavolo, leccava il vino che era schizzato sulla tovaglia e poi scorreggiava.  L’animale mi si poneva davanti imponente e, riuscendo a parlare, mi diceva queste parole: “tu sei matta se pensi di potermi conoscere via sms!”. Per un po’ non riuscivo a vedere altro che il corpo smisurato del quadrupede. Ma poi mi  accorgevo di essere in un’aula scolastica. Qui avrei dovuto frequentare la terza elementare ma cercavo di ribellarmi, gridando a tutti: “io ho già studiato, sono laureata!”. Alla mia ribellione seguiva una grassa risata di tutta la classe. Le risa facevano tremare la terra e io mi ritrovavo sepolta viva come alla fine di un terremoto.

Ero tornata giù all’inferno, dove Sting cantava ancora: “Shape of my heart”, adesso.

Pensavo che quella canzone fosse noiosa proprio come me. L’inferno, il pub, il palco sprofondavano ancora, lentamente, per effetto della musica lenta e noiosa. Il mio amico  gigante mi raggiungeva ancora una volta e risolveva anche il mio problema con la noia schiacciando  Sting come fosse una mosca. “Non devi mentire per me!” erano state le sue parole, pronunciate mentre, dopo aver soppresso il cantante, s’allontanava dal palco e tornava a sedersi al suo tavolo. Io, minuscola, mi infilavo sotto la sua sedia.

Mentre meditavo sul metodo per uscire dall’inferno, un gruppo di mosche tentava di entrare nel bicchiere di vino.

Allora il mio amico si alzava, accendeva la radio e per questo suo gesto gli insetti avevano cominciato a diradarsi pian piano. Io,quasi invisibile sul pavimento e sempre nella barchetta di carta, decidevo di scendere.A  piedi raggiungevo le scale,perché desideravo tornare a casa. Ero minuscola, ma nonostante ciò, riuscivo a scalare i primi gradini. Arrivata in cima, vedevo le scale mobili del centro commerciale. L’ uomo della community era lì a fare da guardiano. Io mi avvicinavo e costui mi diceva: “vattene via!”. Io gli rispondevo con un tono accusatorio: “tu sei sordo e non mi conosci affatto!”. Lui replicava: “ma io so cantare!”. A questo punto mi schiacciava con un piede, ma riuscivo  a sfuggirgli infilandomi nello spazio tra la suola e il tacco della sua scarpa.

Sapevo di essermela cavata e che avrei potuto uscire  da quel centro commerciale. Ripensavo alle parole dell’ologramma amico rendendomi conto della necessità di ritornare alla mia  grandezza naturale. Per riuscirci, dovevo soltanto  scacciare le mosche e pronunciare ad alta voce  il mio nome.

La radio dell’ologramma, non molto lontana dal mio orecchio destro (questa era la sensazione che avevo, nel sonno: come se avessi la radio posizionata sotto la mia testa o sotto il cuscino)trasmetteva  musica meravigliosa: una maratona rock probabilmente (non tutti i brani che ascoltavo riuscivo a distinguere chiaramente o a ricordare):”l’inferno è un posto grandioso – pensavo  -a giudicare dalla musica che fanno qui!

Quindi tornavo a grandezza naturale e, dopo qualche minuto, uscivo dal centro commerciale. Ad attendermi fuori c’era ancora il guardiano:l’uomo cattivo della community stava per entrare. Lui avrebbe dovuto esibirsi nel locale e sostituire Sting che era morto, schiacciato sul pavimento.

Io gli chiedevo un biglietto ma lui mi imprigionava dietro un vetro.

Tornavo indietro, a casa mia. Qui ritrovavo l’ologramma amico ma anche i suoi rimproveri: “smettila di farti corta come un  SMS!” mi diceva.

Uno sciame di mosche tentava di aggredirmi di nuovo. Ma, per la paura, mi svegliavo davvero.

. Era già mattina.

 

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