“Siccità”

L’altra notte ho fatto un sogno orribile. Ho sognato un mio vecchio insegnante dell’università (il mio relatore) che, come in una famosa pubblicità di una marca di orologi, mi “portava via tutto” quel che possedevo: computer, cd, dischi, libri, cellulare ed altri dispositivi per scrivere andavano via. Si portava via anche un microfono, il mio primo 45 giri, il pane; mi diceva indifferente: “dai! L’Acqua non te la porto mica via!”. In sottofondo sentivo una canzone: “non mollare mai” (credo s’intitoli così, altrimenti perdonatemi) di Gigi D’Alessio. Si è trattato di un incubo certamente. Poi ho letto questo dialogo ed ho pensato a tutte le discussioni e alle battaglie sindacali nate, organizzate ed amplificate su facebook dal gruppo dei giornalisti.

La gente comune ignora i problemi che affliggono questa categoria di lavoratori: tra coloro che aspirano a diventare giornalisti e coloro che non trovano più un lavoro, ci sono dei “redattori invisibili” che fanno informazione ma non vengono pagati. Anch’io per molti anni della mia carriera, per ingenuità, credulità ed inesperienza, sono incappata in questo tipo d’abuso. Poi, finalmente, sono arrivate le mie prime retribuzioni, eque e regolari. Sono maturata ed ho capito quale grosso abbaglio fosse stato inseguire il sogno prescindendo da ogni interesse materiale. Ho separato “il gioco” dalla “professione” e adesso non mi svendo più. MI ricordo che la radio la iniziai per gioco. A quei tempi (1989), se volevi “fare radio” ma non la trovavi, più o meno come accade oggi grazie ad Internet, te l’aprivi da solo. Io lo feci insieme a due miei amici e quella che vi propongo fu la prima canzone che trasmisi. E il resto non fu più gioco ma storia professionale. Ora incrocio le dita per continuare a lavorare, a progredire, senza perdere quella passione che quel gioco infantile ed ingenuo fece nascere. (chiedo scusa a Gigi D’Alessio, al mio vecchio professore – del quale non scrvo il nome per comuni ragioni di privacyi – ma oggi è il compleanno di Beppe Videtti: uno dei miei giornalisti musicali e radiofonici preferiti, che mi ha ispirato questa mia personale rievocazione)

“Eye in the sky” andò in onda in un pomeriggio di febbraio del 1989. La piccola radio si ascoltava in un raggio molto limitato (era su una frequenza “pirata”…). Trasmettevamo soprattutto pop ma anche neo-melodici, perché piacevano ai nostri ascoltatori. Il rock aveva però uno spazio enorme. Il brano degli Alan Parsons Project fu un compromesso col resto del flusso, per farci entrare un accenno di prog e di tutto quel che venne in seguito.

P.s. Per quel che riguarda la mia professione vera: non do mai retta a quegli editori di giornali che vogliono propormi dei compromessi come quelli descritti nel dialogo immaginario. Inoltre vorrei che l’incubo del relatore fosse un monito per coloro che possono rischiare di cadere nella tentazione di svendere le loro passioni. E in ogni caso, poiché di pura passione materialmente non si vive, fatemi gli “in bocca al lupo” perché ho da prendere decisioni professionali molto importanti.

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