“The Road to Woodstock” di Micheal Lang

Erano giorni estremamente difficili per l’America quando il festival di Woodstock proclamò tre giorni di pace, amore e musica; a dispetto della guerra (del Vietnam) e dei tanti dissidi interni in cui un paese democratico come gli U.S.A. si perdeva tra le sue tante contraddizioni, le immagini e la musica di quell’evento sono rimaste emblematiche : dai giovani che sfidano pioggia e fango in nome della coesione e il senso di appartenenza ad una generazione – che crede nel cambiamento, nella libertà e nell’uguaglianza civile e politica – alla chitarra di Jimi Hendrix, icona generazionale che da solo riesce ad incarnare quelle incoerenze, quando la mattina del 18 agosto, alla chiusura del festival, trasforma l’inno nazionale americano in una raffica di suoni che imitano i bombardamenti a tappeto delle contraeree e i lamenti delle vittime. Il messaggio è immediato e evidente: la grande America, agita lo spauracchio della democrazia mentre manda i sui figli a morire in un conflitto che nessuno comprende e riesce a giustificare. The road to woodstock, pubblicato da Arcana, è il libro col quale Micheal Lang, sessantaquattrenne americano, testimone e membro di quella generazione, ripercorre la storia dell’evento svoltosi dal 15 al 18 agosto 1969 sui prati di Betel, nello stato di New York. Nell’opera, oltre le rievocazioni e le celebrazioni di un periodo della storia della musica rock che fu totalizzante, coinvolgendo ideale sociali, umani e politici, Lang ha il merito di tracciare un “bilancio etico” tra quello che era Woodstock nei sentimenti della gente e il business dell’industria che se ne appropriò. Ma soprattutto descrive il rapporto tra la nuova fisionomia che stavano assumendo i giovani e la cultura dominante, con la musica che si fa portavoce di un momento storico in cui vengono gettati i semi per quel cambiamento dell’America maturato 40 anni dopo, con l’elezione di un afro-americano alla presidenza della Repubblica o documentato dai vari movimenti ecologisti e di protesta contro le discriminazioni razziali – come Move On – rendendo oggi la più grande democrazia del mondo davvero compiuta, proprio grazie alle forze e alle debolezze di quegli ideali generazionali sessantottini che purtroppo in buona parte si dispersero nelle droghe lisergiche. Una lettura per nostalgici e appassionati che cede ogni tanto alla retorica auto celebrativa ma anche un’analisi utile a delineare il percorso di trasformazione sociale degli ultimi 40 anni.

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