Un addio da veri rockers: in memoria dei R.E.M. (part 2)

Un conservatorismo costruito ad arte che recupera le radici folk e le tinge con quelli umori tipici del decennio in cui nascono. In fondo il 1980 per loro può essere considerato come un anno che fa da spartiacque tra l’era di quel punk che non sono mai riusciti nemmeno a sfiorare, se non in certi cambiamenti di ritmo o a qualche appena accennata dissonanza, e quella new wave alla quale non sono mai appartenuti, perché si trattava di un universo completamente diverso dal loro, pur condividendone per certi versi sia la nevrosi che l’alienazione. Ma in ogni caso, ogni sottocultura o espressione generazionale che si è collegata alla musica, negli anni – che fosse il rock con le sue tante facce, il punk, la new wave, l’elettronica – ha avuto un impatto troppo profondo per poter coinvolgere i R.E.M., così irrilevanti e antitetici, appartati su un pianeta musicale senza tempo.

Sono stati una grande band: sono quelli “alternativi” (ma perché, appunto, stavano su un altro pianeta), sono quelli rivoluzionari, perché nessuna rock band nata dal circuito dell’indie ha mai avuto una risonanza più forte della loro, sono il top dell’esistenzialismo intellettuale per una strana capacità di “filosofeggiare” sui problemi del mondo, superiore a quella di tutte le altre rock band incazzate e insoddisfatte… Ma non erano i Beatles. E, adesso che si sono sciolti, non si scateneranno fenomeni di psico-drammi collettive. IL loro essere così “intellettuali”, del resto, si nota anche dalla compostezza con cui hanno preso la decisione di chiudere il capitolo della loro storia e di comunicarla ai fans. E’ un comportamento da veri rockers, a pensarci bene, visto che hanno deciso di morire subito, piuttosto che spegnersi lentamente dietro una produzione musicale ormai stanca e con poche idee. Lode al merito dei R.E.M.. Evviva. In questo modo loro potranno sopravvivere in eterno: non come Elvis – una creatura immortale perché per molti fan la sua morte è inaccettabile – o come i Beatles – degli dèi innamobili dall’Olimpo del Rock, per tutto quello che ci hanno lasciato. I R.E.M. esisteranno per sempre perché erano (sono) come “fissi” nel tempo: sempre gli stessi, sempre quelli. Quelli che musicalmente non si spostano più di tanto: toccano il punk e le armonie vocali alla Birds (ma Radio Free Europe, il loro primo singolo, esce nel 1981); solcano le acque del power-pop (Sitting still), giusto per non addormentare troppo con la lagna di Murmur (LP), ma il mood generale, con quel MIcheal Stipe che si lamenta – poverino – tutte le volte…uffa! Il loro pregio più grande – per essere onesta nei confronti del mio sonnifero musicale – stava nell’aver saputo catturare il meglio del folk-rock, con quegli arpeggi e quelle armonie rinnovate, con quella voce, unica e mai anonima di Micheal Stipe, con quella sapiente miscela di funk, soul, classicismi e mandolini (Out of Time) – che gli aveva permesso il mood radiofonico e l’orecchiabilità che “spacca”. L’easy listening più “alto” che li rendeva sicuramente alternativi (perché fuori dal tempo e dall’elettronica) ma che gli permetteva allo stesso tempo di distinguersi dalla massa perché, per tutte le loro caratteristiche messe insieme, i R.E.M erano sicuramente all’antitesi del pop. Le ballate politiche, rock e psichedeliche, di Green, con tutte le sue sperimentazioni armoniche e i suoi cambi di ritmo, infatti, preparano l’esplosione di Out of Time: l’album più ricco, il più pregiato, il più ricordato anche perché è quello che contiene Loosing my religion. E’ dopo questo disco che i R.E.M., cominciano pian piano, quasi inconsapevolmente, a scadere nella mediocrità. Gli arrangiamenti orchestrali, baroccheschi di Automatic for The People (1992), con Stipe che canta che vuole morire, non mi hanno permesso più di accettare le scopiazzature o i riferimenti troppo evidenti (come ai Police…) del loro album di maggiore successo. Non ho mai perdonato ai R.E.M. di essere stato un fenomeno musicale incompiuto: partito bene, scalato il successo per quel loro essere “alternativi” (anche se alternativi in senso relativo, perché senza la loro spiccata “estraneità” alla musica contemporanea che usavamo come termine di paragone, nessuno forse li avrebbe notati…) e poi tornati un po’ più giù, finché non decidono di arrestare la caduta libera attraverso un atto di eutanasia. Muoiono giovani ed esistenzialisti intellettuali i R.E.M: sempre uguali e interminabili, com’erano e sono sempre stati. Amen.

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