Little Tony: in dialogo aperto con la musica

littletony«Prima del 1954 io ero apprendista orefice. Avevo tredici anni e alle prime festine andavano i dischi di Perez Prado, i mambi. Le canzoni alla radio erano di Luciano Tajoli, Claudio Villa, Nilla Pizzi. L’avanguardia erano Marino Marini e Renato Carosone. Poi, all’improvviso, arrivano dischi con una musica incredibile: in crescendo, Banana boat di Harry Belafonte, Only you dei Platters e finalmente il rock: Tutti frutti, cantata da Little Richard. Le festine cambiano: su venti ragazzi ce n’erano due che sapevano ballare il rock e tutti gli altri attorno a guardare e a battere le mani, come nei documentari sugli aborigeni». Lo diceva Little Tony il quale, non solo fu testimone della rivoluzione giovanile portata dal rock and roll, ma anche uno dei suoi artefici più convinti e talentuosi, in Italia. Del rock and roll incarnava l’immagine (il ciuffo cotonato, le giacche con le frange, gli atteggiamenti alla Elvis tradotti in un contesto culturale più pudico) e anche il sound. Meno ribelle dei suoi omologhi americani e più romantico di alcuni altri contestatori nazionali: è così che la vecchia generazione lo ricorda grazie a successi come “cuore matto”, “una spada nel cuore” e “ventiquattromila baci”. Per i giovani d’oggi Little Tony è un “eroe del passato”. Eppure la sua espressione artistica non è mai andata fuori moda: aveva continuato ad esibirsi e a tenere concerti in tutto il mondo, finché le sue condizioni di salute gliel’hanno permesso. Tutto questo è stato possibile perché lui era un poeta diretto (nelle canzoni che interpretava si rivolgeva direttamente alle donne, oggetto d’amore: “Cuore matto…che TI segue ancora e che giorno e notte pensa solo a TE; era uno sguardo d’amore, la spada è nel cuore e ci resterà, SEI BELLA, in questo momento, PIù BELLA, adesso che il vento TI allontana da ME) o ai suoi interlocutori maschili (quando vedrai la mia ragazza….) e questo era abbastanza nuovo anche per un repertorio melodico, romantico e tradizionale come quello delle canzoni italiane, quando ancora amore, passione e desiderio erano espressi in monologhi. Gli anni’60 hanno permesso a molti artisti d’intraprendere la stessa direzione di Little Tony: lui non era il solo a cantare rivolgendosi direttamente alla donna del suo cuore ma, “fatti mandare dalla mamma” è un dialogo adolescenziale, “pensiero d’amore” (di Mal) troppo idilliaco per sembrare passionale (in questa canzone il dialogo è virtuale e non diretto: la donna ascolta un disco e solo dopo averlo ascoltato conosce i sentimenti del suo innamorato); Bobby Solo, Adriano Celentano e alcuni altri sono stati “rivoluzionari” anche in questi termini ma Celentano, per esempio, quasi immediatamente instradò il suo ribellismo giovanile sui binari della contestazione sociale e ambientale, Bobby Solo cedette alle lusinghe del pop, invece Little Tony, per tutta la sua carriera, è stato capace di restare a cavallo tra un mondo musicale più conservatore ed uno giovane e completamente sconosciuto, per quei tempi, ma certamente diverso, dinamico. Con Little Tony, insomma, il rock and roll si è posto sullo stesso piano dell’”altra musica” (melodica, tradizionale), senza tuttavia rappresentarsi come “alternativa” (come invece si presentava quella di Celentano). Little Tony, come altri, partecipava al Festival di Sanremo; nel frattempo quella manifestazione si riempiva di “crooners” (urlatori) e talenti melodici incredibili (Tony Dallara, Claudio Villa…), ma Little Tony era l’idolo delle ragazze, però non le conquistava con gli stessi argomenti (“i buoni sentimenti) di uno come Gianni Morandi, per esempio: Little Tony parlava la lingua del rock and roll, ci credeva come fosse una religione e la praticava, diffondendola tra i suoi simili.

Ma soprattutto aveva piantato i semi di quella “rivoluzione” che ha permesso ad un’intera generazione di prendere coscienza di esistere, di darsi un’identità e di esprimere liberamente desideri, sogni, istinti e un’irrinunciabile voglia di divertimento. Cose scontate oppure invisibili oggi, ma fondamentali perché, da quel momento, tutto ha cominciato a cambiare. Perciò ci ricorda Elvis Prestley, anche se lui, l’icona mondiale del rock and roll per eccellenza, i panni del trasgressore li ha dismessi molto presto, fino a diventare quasi un “cantante per famiglie”. Lo è stato anche Little Tony (non lo dico solo io ma anche la sua filmografia). Tuttavia, l’artista italiano aveva colto la vera essenza del rock and roll e non soltanto l’aspetto della contestazione o della ribellione. Non a caso, nella sua “scoperta” della musica, Little Tony cita Little Richard: un personaggio originale e fuori dalle righe, un eccentrico – a volerlo giudicare in maniera superficiale – ma soprattutto uno dei più alti, entusiasmanti, efficaci, sorprendenti e catartici esempi d’espressione identitaria attraverso la musica: “Tutti Frutti”, tra l’altro, è una canzone che, prima d’essere esportata in tutto il mondo, è stata censurata perché il testo originale alludeva al sesso anale. Ma Little Richard riuscì a farne comunque un immediato successo grazie proprio a quel « Wop bop a loo bop a lop bam boom! » che sostituì le parole impronunciabili e che diede al rock and roll la sua tipica impronta non sense. Ciò che non si poteva dire, cominciò ad esprimersi con il corpo. E gli “aborigeni”, col tempo, iniziarono a ballare. In Italia, Little Tony è stato “rivoluzionario” a suo modo e soprattutto un interprete molto intelligente perché non si era mai creato dei pregiudizi musicali (interpretava canzoni di vario genere e si esibiva con tutti, perfino con Clemente Mastella) e, nonostante a molti sembrasse come una “copia casereccia” di Elvis, Little Tony avrebbe saputo tradurre quei simboli e quella musica in un linguaggio comune e popolare. E originale, perché tipicamente italiano, esprimendo emozioni e sentimenti di persone che appartengono al nostro contesto culturale, senza camuffarle emulando semplicemente ciò che avevamo importato dall’estero. Little Tony era diventato un cantante di successo al livello internazionale esportando il suo stile sotto i vestiti e la pettinatura di Elvis. Anche Adriano Celentano ha fatto così. Perché questo è ed è stato il nostro rock and roll: novità, ribellione, tradizione e radici culturali mescolate insieme.

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